


Milano, 8 Marzo 2008.
Convegno "ALZIAMO LA VOCE: NO ALLA VIOLENZA SULLE DONNE"
Ho volutamente fatto passare del tempo dall'8 Marzo, data del convegno.
Un pò perchè ne ho poco, un pò per far decantare emozioni e sensazioni che sono state davvero tante.
Il pensiero di parlare davanti a tanta gente, di uscire fuori allo scoperto ufficialmente davanti alla platea e sui media mi aveva messo tanta tensione, lo confesso.
E' anche per questo che ho preferito non farmi accompagnare da nessuno. E' nettamente più facile parlare davanti ad estranei, mettendo amici e conoscenti davanti al fatto compiuto.
Il viaggio di andata in treno mi è servito per distrarmi: ho riletto il discorso che mi ero preparata la notte prima, una sola volta. Discorso che poi non mi è servito...Ma se vi interessa conoscerlo egualmente fatemelo sapere e lo pubblicherò lo stesso.
Ho ascoltato musica, guardato il panorama, letto un libro... Ed ha funzionato.
A coronamento del tutto: un bel pranzetto appena arrivata a Milano ed una passeggiata in Parco Sempione adiacente al Teatro dell'Arte, che per un vivaista come me è davvero un toccasana
.
Appuntamento con la giornalista per la video intervista alle 14.30.
Una cosa buffa: durante il pranzo, telefonicamente mi sono state anticipate le domande che mi sarebbero state poste, e che poi ... sono nettamente cambiate
. Tipico dei giornalisti.
Ma io, da ex capo redattore di un periodico locale me lo aspettavo.
Il teatro è molto carino. Il convegno organizzato in una sala interna cui si giungeva percorrendo un corridoio tappezzato da foto di donne tumefatte, che ben rendono l'idea dei segni fisici di una violenza.
Poltroncine in platea e galleria, palco con immagini proiettate dal sito noallaviolenza.donnamoderna.com aperto all'uopo da Donna Moderna e arredato con poltrone bianche per le ospiti, tutte rigorosamente donne. Bella musica di sottofondo.
L'accoglienza della redazione di Donna Modernaè stata veramente fantastica: mi sono subito sentita a mio agio e loro sono Donne molto giovani, capaci, simpatiche e gentili.
Arrivati i cameramen ci spostiamo nell'ingresso, accanto ad un computer connesso al medesimo sito.
E registriamo.
Ero un pò nervosa ovvio. Poi con la gente che guarda, non ti conosce ma sai che si chiede chi sei.....Potete immaginare. Meno male che anni di palco come cantante si sono rivelati ottima palestra 
Nel complesso il risultato mi ha soddisfatta. Ho avuto modo di parlare del Progetto Salvagente e questo mi ha resa felice.
Finito il tutto torniamo in sala dove il pubblico pian piano entra: quasi tutte donne 
E pensare che la violenza contro le donne è un problema che riguarda, e molto da vicino, gli uomini!
Un' altra delusione: hanno dato forfait per motivi elettorali l'On. Mussolini e la neo candidata Michela Vittoria Brambilla.
"Ma come?" mi sono chiesta "Sono donne, che stanno dove potrebbero fare davvero la differenza e non si degnano di presenziare ad un appuntamento di tale importanza?"
Ho veramente capito che l'argomento non interessa davvero chi ha il potere.
Livia Turco arriva in ritardo ed annuncia che dovrà andare via prima (idem come sopra :-(..)
Si pavoneggia un pò davanti alle telecamere e poi sale a prendere posto accanto a Cipriana Dall'Orto, condirettore di Donna Moderna, moderatrice del convegno che si apre con la video testimonianza di una vittima: una moglie massacrata dal marito, che ha trovato la forza di reagire ed uscire dal tunnel.
Da sola, perchè quando scappò da casa chiedendo aiuto nemmeno i vicini le aprirono la porta per ripararla dalle botte del marito.
Barbara Pollastrini in una video intervista registrata scopre l'acqua calda: "La società non può dirsi civile quando le donne hanno paura di uscire, quando vengono percosse e uccise nel silenzio delle loro case."
Arrivano a seguire le altre ospiti: Antonella Boralevi, scrittrice, che ha curato e raccolto le testimonianze delle vittime di violenza per il settimanale Donna Moderna, su cui sono pubblicate. Le ho portato i saluti della nostra Patla, la cui storia era in edicola proprio quella settimana... Quando si dicono le coincidenze.
La signora Boralevi ha raccontato quanto per lei sia stata dura stare al telefono ad ascoltare quanto hanno sopportato le molte donne con cui ha parlato, circa 40. Una addirittura di 75 anni... Facendo notare che forse, tutto parte da una mancanza di autostima della donna che diventa vittima perchè pensa di non valere nulla e di meritare quindi botte, fratture e soprusi. E dopo tace perchè si vergogna di non aver saputo opporsi a tali comportamenti.
Le fa eco Alessandra Kustermann, responsabile Centro Soccorso Violenza Sessuale e Soccorso Violenza Domestica clinica Mangiagalli di Milano, il primo in Italia, completamente gratuito per le vittime e finanziato dal comune di Milano e dalla Regione Lombardia, affermando che "la violenza distrugge anche la capacità di chiedere aiuto, molte donne si sentono colpevoli e impotenti".
Da ginecologa evidenzia quanto operatori, medici e agenti della pubblica sicurezza siano bisognosi di formazione per gestire meglio i casi di violenza domestica e sessuale: non deve più capitare che denunciando le violenze del marito, una moglie si senta rispondere dal carabiniere di turno "Suvvia signora, torni a casa. E' pur sempre il padre dei suoi figli..."
Dall'altra parte il medico deve percepire che dietro una banale giustificazione di una frattura potrebbe esserci un maltrattamento da parte del partner. Ed invece di scrivere sul referto "maltrattamento da persona nota" dovrebbe indicare "maltrattamento familiare" in modo da far procedere d'ufficio contro il partner violento.
Giovanna Fava, avvocato dell'Associazione "NonDaSola" di Reggio Emilia, ferita con un colpo d'arma da fuoco in tribunale il 17 ottobre scorso dal marito violento di una delle sue assistite, conferma che spesso l'impossibilità di procedere contro chi commette reato è dovuta proprio a referti medici mal compilati o omissivi. Unitamente ad una legge che fa acqua da tutte le parti, e da un sovraccarico arretrato di lavoro per giudici e avvocati che impedisce di fatto di ottenere provvedimenti di sorta in tempi brevi.
Un partner respinto è nettamente più veloce nell'azione punitiva della legge italiana! Inoltre la carenza di strutture a sostegno della vittima attive sul territorio, inibisce chi pensa di denunciare. Proprio perchè, dopo, la vittima resta sola a dover gestire la reazione del partner che attua ogni sorta di ritorsione, usando anche i figli se ci sono. Senza scrupoli.
L'On. Ombretta Colli rilancia l'invito a denunciare la violenza, subita o assitita. Ammette però che lo stato di privazione in cui versano tante vittime (prive di lavoro, indipendenza economica..), rende difficile fare ciò che è sano e giusto.
Tutte evidenziano quando sarebbe più opportuno, giusto e salutare che a lasciare la casa fosse chi commette reato, non chi lo subìsce. Inseguono il sogno di assistenza medica e legale gratuita per tutte le vittime.
Tutte concordano nel dire che bisogna fare e non più parlare e basta. Di chiacchiere se ne sono sentite anche troppe!
L'attrice Lella Costa sdrammatizza ogni tanto, con l'ironia che la contraddistingue sempre.
Si apre il dibattito con il pubblico, una delle prime sono io, visto che stenta a decollare.
"Porto il saluto delle vittime, senza vergogna perchè non sono io a dover provare tale sentimento, ma l'uomo che mi ha violentata. Rivolgo un invito agli addetti ai lavori orientato a cercare di aprire una porta a tutte le donne immigrate vittime di violenze di ogni sorta: inserire un mediatore linguistico all'interno dei centri antiviolenza e pubblicazione nelle principali lingue delle etnie presenti in Italia di tutte le informazioni volte a chi è vittima di violenza. In primis dove e come trovare le strutture, comune per comune.
Vivendo in una città ad alta densità di immigrati, conosco il problema da vicino. Queste donne non parlano l'italiano, che non è obbligatorio per chi immigra come invece è in Svezia.
E non lo sanno leggere. Quindi sono impossibilitate a chiedere aiuto, a meno che non abbiano un figlio o una figlia che frequenta la scuola e che faccia loro da interprete. Si può ben immaginare l'imbarazzo per le madri, lo stress per i figli ed i rischi personali per entrambi!
Forse le nuove generazioni potranno far qualcosa affinchè questa cultura cambi, ma ci vorrà del tempo. Che queste donne non hanno.
Un altro invito lo rivolgo alla cosiddetta società civile, codarda e che non prende mai posizione su nulla.
E' vero che la gente volta le spalle a chi chiede aiuto. Lo fanno le famiglie, figuriamoci vicini e conoscenti! Ma questo rende complici. Noi vittime non abbiamo una malattia contagiosa. Aiutarci arricchisce non impoverisce.
E' inutile lo scrupolo che molti si fanno: tacere per non distruggere una famiglia. Quella famiglia è già distrutta: dal primo ceffone o dal primo volo dalle scale. Dal primo osso rotto o dalla prima ustione.
Denunciando se si assite o aiutando una vittima si offre ai due partner la possibilità di uscire da una situazione di violenza e amore distruttivo per intraprendere il cammino che porta ad un amore costruttivo."
Dopo di me, qualche altra vittima ha preso coraggio ed ha parlato. Raccontando parti di vissuto più che altro. Un vero dibattito non c'è stato. La sfiducia nelle istituzioni si toccava con mano, ed è inutile chiedere ciò che già si sà non sarà ottenuto: pene severe e certe.
Toccante l'intervento di uno dei pochi uomini presenti, vittima di violenza da parte di una donna che non trova un centro adeguato che lo aiuti. Sono carenti per le donne, figurarsi per gli uomini. Questo tipo di violenza pare sia in aumento, anche se è di difficile monitoraggio: un uomo ha molta più difficoltà di una donna a denunciare. Nel pensiero collettivo la donna vittima è una debole, l'uomo è uno stupido.
Quello che nel complesso mi è piaciuto del convegno è l'impronta fattiva. Alle parole seguono fatti,come dimostra la campagna PangeaProgettoItalia.
Inoltre Donna Moderna ha creato una lista di richieste, che pubblicherò in apposito post, da inoltrare in 10 punti al governo ed in 6 punti ai comuni, perchè risolvere i problemi legati alla violenza si può. Basta volerlo davvero.
Ah. Manco a dirlo, ho fatto il tragitto di ritorno dal teatro alla stazione con un paio di vittime.
E' incredibile quanto, fra noi, sia facile socializzare.
Forse perchè anche in mezzo a centinaia di persone, siamo comunque sole.
Qualche dato: 7 milioni di donne in Italia sono vittime di violenza fra le mura domestiche.
Un colpevole su cento viene condannato.
La violenza è la prima causa di morte per le donne.
Ogni 8 minuti una donna nel mondo muore: nella maggior parte dei casi, la mano omicida è quella di un marito, fidanzato, partner, familare...
Almeno il 20% delle donne, a livello mondiale, ha subito abusi fisici o violenza sessuale.
E da fare c'è ancora molto. Tanto. Troppo.

Solo la conoscenza aiuta davvero ad uscire da una violenza.
L'ignoranza è la madre di ogni crimine.
Vittime, amici che stanno loro accanto, addetti ai lavori...
Tutti necessitano di formazione ed informazione se si vuol davvero porre fine ad una situazione di violenza.
O si rischiano disastri emotivi e, a volte, la propria incolumità fisica.
Apre così oggi una nuova sezione, dedicata alle Letture Salvagente.
Con questo non si ha la presunzione di fornire rimedi miracolosi, lungi da noi. Ma sapere dalla voce dei protagonisti quante e quali dinamiche vi sono fra vittime e carnefice, fra vittime e sistema sociale, siamo certe che possa aiutare.
Inoltre, grazie ad alcuni libri che vi segnaleremo, sarà possibile conoscere ed eventualmente sostenere associazioni che aiutano le vittime, in Italia e nel mondo.
Il primo libro che Il Salvagente segnala vuole anche essere un omaggio a tutte quelle Donne immigrate in Paesi civilizzati dove la violenza di genere è considerata crimine da anni, ma che lì vi subiscono indicibili soprusi e torture. Un sommerso rosa difficilmente quantificabile e raggiungibile perchè segregato dietro muri di mattoni, di religione, di lingua, leggi islamiche.
Scritto da una vittima, "La schiava bambina" è la storia di una bambina, sposata dai genitori a 14 anni a un uomo di trent’anni più vecchio, deportata in Europa dall’Africa per essere stuprata, picchiata e umiliata tra le mura domestiche, in un incubo senza fine. Madre bambina di figli mai nati, per incuria, ignoranza, crudeltà, e di una bambina nata morta che non ha neppure avuto il diritto di accompagnare al cimitero. È la storia di Diaryatou, una testimonianza sconvolgente che apre gli occhi sulla condizione di molte donne immigrate, vittime delle tradizioni e della sorda legge degli uomini. Grazie a una forza d’animo straordinaria e all’aiuto dei servizi sociali francesi, Diaryatou è riuscita a risollevarsi da una condizione disperata. Raccontando la sua storia ha potuto finalmente ricordare chi è, chiudere gli occhi e ritornare al suo villaggio in Guinea, rivivere quei giorni felici dimenticati troppo in fretta. Raccontando la sua storia è riuscita finalmente a curare quelle piaghe che urlavano tutto il suo dolore, un dolore fatto di segregazione, abusi, paura, solitudine, ma soprattutto di un’infanzia distrutta troppo presto e che non potrà tornare.
Edito da Edizioni Piemme il libro è disponibile in due versioni:
- Collana Pocket / Serie Serie oro
Rilegatura brossura con sovraccoperta / Formato 10,5x17,5 cm / Pagine 240
Illustratore/Curatore traduzione di Raffaella Asni / ARR Literary Agency
Data di pubblicazione gennaio 2008
ISBN 978-88-384-8842-9
Prezzo €6,50
- Collana Narrativa / Serie Varia
Rilegatura brossura con sovraccoperta / Formato 13x21
Prezzo €14,90
ISBN 978-88-384-8541-1
di TIROMANCINO
Come mi sento quando arrivo in ufficio
per licenziare trentacinque persone
il modo in cui dirglielo, la faccia da fare
sono al di là del bene e del male.
L’azienda non si tocca, l’azienda è al primo posto
e chi non fa più parte è come fosse morto
io questo lo so bene e non mi sfiora il rimorso
mando tutti a casa e mi tengo stretto il posto.
Tanto a me della musica
non mi frega più niente
seguo un’altra politica
sono dirigente.
E non puoi più pensare di me
troppo liberamente
che ho cercato il potere
rovinando la gente.
Come mi sento il giorno dopo
che ho messo in strada trentacinque famiglie
darò la colpa all’estero dei tagli al personale
ma in fondo credo sia più che normale.
Prenoto una campagna a prezzo di listino
poi provo a fare pena per pagare meno
qualcuno in malafede sicuro dirà
che io non ho più, nessuna dignità.
Tanto a me della musica
non mi frega più niente
questa è la mia rivincita
sono dirigente.
E non puoi più pensare di me
troppo liberamente
che ho cercato il potere
rovinando la gente.

Parliamo di violenza ma se penso a quello che ho subito io, mi posso solo considerare fortunata. Il mobbing è devastante, ma nulla in confronto a violenze fisiche e abusi. Il mobbing ha una cosa in comune con le altre forme di violenza: TI ANNIENTA, ti fa sentire sempre sbagliata. Giorno dopo giorno ti domandi cosa non capisci, cosa ti sfugge. E solo l'aiuto di altre persone che credono in te e che cercano di sostenerti, può farti capire cosa stia succedendo. Ma le crudeltà che ti vengono inflitte sono più forti dell’affetto che hai intorno. Ti senti una nullità, incapace di svolgere un lavoro che chiunque altro riesce a fare con pochissimo impegno. Il MOBBING non è ancora considerato veramente, la maggior parte delle persone non crede che certe situazioni siano reali, che queste crudeltà possano accadere. Solo chi ti conosce crede a quello che racconti. Io sono arrivata dopo anni a far credere ai colleghi quello che mi accadeva. Anche chi vedeva le cose in diretta, fingeva che fossero mie esagerazioni. Adesso finalmente mi credono e mi rispettano, ma i gradi superiori ancora non fanno nulla per sistemare gli errori del passato e annullare gli effetti devastanti di una persona orribile che finalmente se ne è andata in pensione.
Si parla con un pò di clamore di violenza contro le donne. Vorrei tanto che l'8 marzo assumesse davvero il valore di festa delle conquiste femminili e non rimanesse una festicciola che dice poco e poco riconosciuta per il suo valore profondo. Paola, sai che per me sei una persona splendida e grazie per quello che stai facendo!!!


Nessun accordo trovato con l'azienda dove collaboravo, che rischia di essere messa in liquidazione.
Nessuna previsione circa la tempistica di saldo dei miei sospesi.
A 37 anni sono di nuovo senza lavoro.
Unica consolazione: questo mese ricomincerò a raccattare qualche soldo grazie ad uno dei miei hobby, il canto.
Meglio di niente...
Si riparte.
Mi reinvento.
Come molte altre volte prima d'ora.
Con molta più stanchezza delle volte scorse.
Con i mesi dell'affitto che corrono più rapidi di una Formula 1.
All'età in cui si dovrebbe consolidare quanto fatto, io mi trovo ancora nella fase di costruire un qualcosa che è ben lungi dall'essere solido e stabile.
E' la vita. Lo so.
Ma (passatemi la scurrilità): CHE PALLE!
Paola